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La BCCI e il crack Enron - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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La BCCI e il crack Enron {}

 

La glasnost (trasparenza), operazione politica intrapresa dall’allora leader dell’Unione Sovitetica, Michael Gorbacêv, è stata sicuramente una delle cause fondamentali del crollo del blocco comunista.[1] Alla stessa maniera, i tentativi di far luce e di applicare criteri di legalità e trasparenza, si rivelano mezzi estremamente dirompenti all’interno dei processi di costituzione del nuovo ordine dell’“Impero” a livello globale.

 

La crescente difficoltà di scindere i proventi dell’economia legale da quelli dei traffici illeciti, hanno portato alla costituzione di un sistema in cui i due circuiti convivono in condizioni di interdipendenza e di complementarietà.[2] Le reti criminali hanno ereditato dal neoliberismo sia la filosofia che ne delinea i tratti fondamentali, sia i canali e le modalità di azione che hanno dato tanto impulso all’allargamento dei mercati ed all’espansione del processo che ha preso il nome di globalizzazione economica.

 

La maggior parte della ricchezza (in termini monetari) del pianeta, deriva da transazioni finanziarie,[3] ed allo stesso modo la maggior parte dei proventi dell’economia criminale deriva dal riciclaggio di denaro tramite i circuiti finanziari ed in particolare le banche ed i paradisi fiscali (oltre alle nuove tecnologie che permettono di svolgere le operazioni online). Una volta che i capitali riciclati raggiungono i conti di deposito vengono reinvestiti come qualsiasi altra somma. Quando le autorità riescono a rintracciare i proventi della criminalità organizzata si trovano molto spesso di fronte a condizioni per le quali lo smantellamento di un circuito di riciclaggio si porta dietro in una reazione a catena interi altri settori ad esso connessi rivelando contatti e ramificazioni inaspettati.

 

Questo è stato il caso della BCCI, la Bank of Credit And Commerce International, la più grande banca criminale della storia, che ha provocato un crack finanziario da circa 12 miliardi di dollari USA (per quel che riguarda ciò che è stato possibile quantificare)[4]. Le vicende della BCCI, non hanno precedenti, ma rischiano di non rimanere un caso isolato. Se è infatti vero che uno scandalo di tali dimensioni non si è mai più verificato per quel che riguarda un istituto bancario,[5] il preoccupante susseguirsi di scandali finanziari che hanno investito compagnie transnazionali di prestigio, quali ad esempio la Enron (ma si potrebbero citare ancora la WorldCom o la Merck), potrebbero innescare un periodo di inasprimento della lotta alle attività illecite da parte della autorità.

 

La BCCI: potere, denaro, criminalità

La BCCI è il prodotto criminale della mente di Agha Hasan Abedi, nato a Lucknow in India nel 1922, da una famiglia musulmana sciita. Dopo aver frequentato la facoltà di giurisprudenza ed essere stato assunto in una banca di Bombay (la Habib Bank) nel 1945, abbandona l’India nel 1947 dopo la divisione con il Pakistan, alla volta di quest’ultimo verso la città di Karachi. Nel 1959 decide di mettersi in proprio e di fondare una banca privata con denaro preso a prestito, la United Bank Limited (UBL) riuscendo in pochi anni a farla prosperare finanziando il commercio di armi delle due etnie che da sempre si sono combattute nella zona, i mohajir e i sindhi. Abedi entrò presto in contatto con esponenti politici di rilievo come l’allora primo ministro della provincia del Punjub, Nawaz Sharif e con lo sceicco Zayed Ben Sultan al-Nahyan, signore di Abu Dhabi e presidente della Federazione degli Emirati Arabi Uniti. Proprio i legami stretti con quest’ultimo permisero ad Abedi di costruire il suo colosso criminale. Lo sceicco infatti affidò i propri affari ad Abedi che intanto nel 1972 aveva costituito insieme ad un socio della UBL (Swaleh Navqu) e ad alcuni esperti della Habib Bank, la Bank of Credit And Commerce International registrata in Lussemburgo e con gli uffici centrali in un immobile in Park Lane a Londra. L’anno successivo, il 1973, le casse della BCCI si riempirono di petroldollari provenienti soprattutto dagli Emirati Arabi a seguito della quarta guerra arabo-israeliana e dell’impennata dei prezzi del petrolio provocata dalle decisioni dell’OPEC.[6]

 

Definire in maniera accurata la struttura e l’organizzazione della BCCI rimane ancora un’operazione impossibile nonostante le inchieste condotte e i dati raccolti nei primi anni ’90. Se non è mai stato possibile delineare un organigramma realmente esaustivo della sua struttura, esiste tuttavia una ricostruzione di alcune attività e strutture che si sono dimostrate centrali nei processi di sviluppo della banca. Lo stesso Ziegler propone una suddivisione delle attività e dei ruoli nella BCCI secondo 5 diverse categorie:

 

i) banchieri propriamente detti, i direttori, i quadri, gli impiegati della BCCI, delle sue sedi nazionali, delle sue succursali regionali e locali, delle sue holding, delle sue società finanziarie, fiduciarie o di servizi;

 

i) “banchieri ombra”: un numero ristretto di fedelissimi di Abedi che costituiva il cuore del controllo delle operazioni in una vera e propria “banca nella banca”[7] che aveva sede nelle isole Cayman;

 

i) “funzionari addetti al protocollo”;

 

i) gli imprenditori;

 

i)  le Unità Nere.[8]

 

Per quanto riguarda gli appartenenti alla prima categoria, non si tratta di altro che del personale ordinario di qualsiasi istituto di credito. I banchieri operavano in 73 diversi paesi ed inoltravano gran parte dei fondi depositati presso gli sportelli della banca, verso conti segreti nelle Cayman, a disposizione dei membri della “banca nella banca” conservando solo i depositi necessari ad onorare le richieste di prelievo dei clienti.

 

La “banca nella banca” si occupava di riciclare e reinvestire i proventi dei traffici illeciti intercontinentali ed è tuttora difficile scoprire l’esatto ammontare dei traffici da essa gestiti e dei circuiti utilizzati anche a causa del fatto che i documenti principali erano scritti a mano in lingua urdu e utilizzando un codice criptato.[9] Le operazioni condotte dai manager della “banca nella banca” sono state in grado di spaziare dal riciclaggio dei proventi del traffico di stupefacenti, al traffico di armi, all’apertura di conti a tassi irrisori ad alcuni dei più noti dittatori del pianeta per potersi garantire i loro favori ed il loro appoggio. Ad esempio dopo l’aperura di vie della droga attraverso l’Africa negli anni ottanta, Abedi ed i suoi collaboratoti furono tanto scaltri da offrire all’allora dittatore nigeriano Babaginda un credito di un miliardo di dollari a tassi bassissimi, tanto che in seguito la Banca Nazionale della Federazione della Nigeria depositò le proprie riserve di valuta e di oro nella filiale di Londra della BCCI. Saddam Hussein ha beneficiato a sua volta dei circuiti della BCCI per utilizzare a proprio profitto personale vaste somme derivanti dal commercio di idrocarburi (almeno fino al 1991 prima dell’embargo). La rete di corruzione costituita dalla “banca nella banca” era talmente ramificata che essa disponeva di uomini compiacenti in tutto il pianeta ad ogni livello (doganieri, forze dell’ordine, ispettori fiscali, ecc.) che rendevano possibile ogni tipo di traffico, dalle armi alla droga. Oltre ai due sinora elencati, la banca annoverava tra i suoi clienti una folta schiera di dittatori tra cui Noriega, Doe, Mobutu. La “banca nella banca” gestiva ad esempio il traffico di armi non solo finanziandolo, ma organizzando il trasporto su aerei di proprietà ed assicurandone il carico. Oltre a questo Abedi ed i suoi collaboratori furono in grado di acquisire numerose società industriali, commerciali e bancarie in tutto il mondo tra cui tre grandi banche statunitensi: la First American Bankshares di Washington, la National Bank of Georgia, l’Indipendence Bank in California.[10]

 

Ogni sede della BCCI aveva un ufficio di protocollo. I funzionari di questi uffici si occupavano di soddisfare le esigenze extra-bancarie dei clienti più importanti come ad esempio gestire reti internazionali di prostitute, ottenere borse di studio nelle università europee ed americane per i figli dei potenti, gestire traffici e trasporti regionali ed intercontinentali con limousine ed aerei privati, mettere a disposizione ville per le vacanze, onorare i debiti di gioco dei principi sauditi nei casinò. In una frase occuparsi di tutto ciò di cui i clienti potessero aver bisogno.[11]

 

Gli imprenditori svolgevano un compito simile a quello della “banca nella banca” pur non essendo parte di quest’ultima. Erano in numero di 100 e venivano nominati personalmente da Abedi. Si occupavano di gestire le fortune di clienti che preferivano rimanere in condizione di anonimato: clienti clandestini autorevoli, ma di minore importanza politica e finanziaria rispetto a quelli gestiti dagli apparati della “banca nella banca”.[12]

 

Infine rimangono le Unità Nere, vero e proprio esercito privato che costituiva la manovalanza criminale sotto il controllo di Abedi che veniva anche impiegata di tanto in tanto offrendo servizi remunerati ai clienti più importanti della banca. Avevano a disposizione imbarcazioni, aerei, depositi di armi pesanti e reti finanziarie. Si occupavano tra le altre cose di organizzare il traffico intercontinentale di stupefacenti e di donne destinate alla prostituzione. Tra i vari compiti che svolgevano, c’era il controllo assiduo dei banchieri comuni della BCCI, dei “funzionari di protocollo” e degli imprenditori legati alla banca costituendo vere e proprie reti di spionaggio. I membri delle Unità Nere venivano sottoposti ad addestramento militare intensivo ed il loro numero non superava mai le 1.500 unità.[13]

 

Lo sviluppo tanto ramificato di una tale multinazionale del crimine quale la BCCI è stato possibile grazie a fattori di diverso carattere che vanno dalle capacità personali di Agha Hasan Abedi, alla particolare congiuntura internazionale degli anni che hanno visto lo sviluppo di questa banca.

 

Le origini di Abedi, un musulmano sciita emigrato dall’India verso il Pakistan e quelle della sua famiglia che discendeva da una stirpe di contabili dell’antico principato indiano di Ouhd, unite alle capacità imprenditoriali e di adattamento alle condizioni della regione del Sind (dove la città di Karachi è situata), lo hanno reso il personaggio adatto per cavalcare con abilità un’immagine di messianesimo terzomondista ed allo stesso tempo relazioni con i potenti dell’epoca. La costruzione del colosso criminale della BCCI è andata di pari passo con l’istituzione di numerose società succursali, di servizio e di enti caritatevoli. La BCCI non doveva essere solo una banca per i potenti, ma sarebbe stata (e di fatto fu) anche la banca dei lavoratori del terzo mondo.

 

Abedi si occupò di gestire delle imponenti operazioni di marketing a livello globale che presentavano la sua banca come l’alternativa alle istituzioni finanziarie occidentali che fino ad allora avevano depredato gli investitori asiatici e del terzo mondo in genere. L’operazione fu eseguita anche attraverso la fondazione di numerose testate giornalistiche, emittenti radiofoniche e televisive. Abedi riuscì a costruire intorno a sé un’aura quasi mistica che gli valse persino il soprannome di Agha Sahib (monsignore) e decine di migliaia di famiglie si fidarono del suo progetto, oltre alle banche centrali di alcuni stati come quella del Botswana e della Nigeria.[14]

 

Un discorso di Abedi pronunciato a Londra nel 1988 rende molto bene l’idea di tutto questo:

 

“Una passione morale domina la BCCI. Ogni giorno essa ci aiuta a sopportare le difficoltà e le pene legate al nostro lavoro di manager. Il compito che c’è stato affidato, lo accettiamo con cuore lieto e lo svolgiamo con gioia. Questi tempi difficili esigono che la direzione della BCCI faccia ardere in ogni persona della nostra famiglia la fiamma della visione suprema e della somma qualità morale. Il coraggio e la purezza vinceranno”.[15]

 

Abedi riuscì insomma a creare un colosso finanziario fondato sui traffici legati alla droga ed alle armi che affamano da sempre gran parte della popolazione del pianeta e contemporaneamente ad assurgere al ruolo di protettore dei poveri e degli ultimi che in realtà sfruttava senza alcuno scrupolo.

 

Proprio le espressioni utilizzate nel discorso di Londra del 1988 - Questi tempi difficili esigono che la direzione della BCCI faccia ardere in ogni persona della nostra famiglia la fiamma della visione suprema e della somma qualità morale. Il coraggio e la purezza vinceranno - proiettano l’operato della BCCI sul piano internazionale dato che proprio questa banca ha svolto un ruolo di primo piano nel finanziamento del jihad afghano con l’avallo dei servizi di intelligence di mezzo mondo. Abedi da buon musulmano sciita, (per gli sciiti il jihad è da considerarsi come uno dei pilastri dell’Islam),[16] ha fornito ovviamente tutte le facilitazioni del caso coprendo il finanziamento dei traffici di stupefacenti dall’Afghanistan per il finanziamento dei gruppi guerriglieri islamici. Oltre ad influire direttamente con il finanziamento del jihad, il narcotraffico ed il controllo indiretto di zone strategiche quali il passo del Khyber (controllato da Ayub Afridi, ottimo cliente della BCCI ed alleato da sempre di Abedi),[17] le Unità Nere hanno svolto più di una missione su richiesta dei servizi di intelligence occidentali venendo impiegate in azioni di guerra, guerriglia ed attività terroristiche.[18]

 

La conclusione, sostenuta anche da P. Truell e L. Gurwin,[19] è che Abedi avrebbe negoziato l’impunità della BCCI su tutto il pianeta in cambio dell’appoggio all’impegno armato nella “guerra sporca” dell’occidente a sostegno dei guerriglieri islamici contro l’Unione Sovietica.

 

Le prime crepe nella costruzione di Abedi iniziano a farsi sentire nel 1988 dopo che in una operazione sotto copertura effettuata da agenti statunitensi, vengono arrestati alcuni quadri della banca che si occupavano del riciclaggio dei fondi derivanti dal narcotraffico del cartello di Medellín del colombiano Pablo Escobar. A seguito della prima operazione effettuata a Tampa in Florida, numerose altre filiali della BCCI vengono perquisite e chiuse in tutto il mondo. Il processo iniziato negli Stati Uniti contro alcuni dirigenti della banca si allarga presto al Regno Unito dove una operazione su larga scala condotta il 5 luglio del 1991 mette sotto sequestro tutte le 25 sedi della banca in terra britannica.[20]

 

Le inchieste si susseguono fino a quella condotta dal giudice statunitense Robert Morgenthau che indicendo una conferenza stampa dal suo ufficio il 29 luglio del 1992 dichiarò di fronte a circa 300 inviati della stampa internazionale quanto segue: “Questa banca si è rivelata un impresa criminale che ha corrotto dirigenti di parecchie banche centrali, alti funzionari governativi e altri personaggi, al solo scopo di acquistare un potere mondiale e molto denaro […]. Un gran giurì ha appena accusato sei individui per condotta criminale e complicità nelle manovre della BCCI. Fra di loro figurano Clark M. Clifford e Robert A. Altman”.[21]

 

Altman era uno dei più potenti avvocati di Washington nonché presidente della First American Bankshares ed era stato il principale consigliere giuridico della BCCI. Per quanto riguarda la figura di Clifford: è stato Ministro della Difesa degli Stati Uniti d’America oltre ad essere stato consigliere di tutti i presidenti democratici dal 1945 in poi.[22]

 

L’inchiesta del giudice Morghentau non è stata che il colpo di grazia contro il colosso del crimine che ormai volgeva verso la bancarotta. La BCCI ha rappresentato meglio di qualsiasi altra vicenda dal secondo dopoguerra ad oggi un esempio di interconnessioni inestricabili tra potere politico, economico e criminale. Il caso di questa banca segna un grande precedente andandosi ad innestare in un periodo di grandi transizioni e cambiamenti. La BCCI nasce durante il periodo della guerra fredda, fa fortuna con lo shock petrolifero del 1973 e successivamente consolida il suo impero con la connivenza di governi, istituzioni ed agenzie durante il periodo del jihad afghano per poi crollare poco dopo la fine del blocco sovietico. Sia la BCCI che l’Unione Sovietica devono la loro fine sostanzialmente a due cause, l’inaugurazione della politica della glasnost da una parte e di maggiore ricerca di legalità e trasparenza dall’altra; il jihad in Afghanistan.

 

Le capacità imprenditoriali di Abedi non avrebbero mai reso la BCCI una potenza di tali dimensioni se da parte dell’occidente non ci fosse stato un tacito avallo alle sue operazioni illecite allo scopo di continuare a finanziare il jihad afghano. L’affermazione di Russel J. Bowern (ex analista dei servizi segreti e consulente della CIA): “L’idea era questa: avevi un compito da svolgere, lo svolgevi e solo dopo risolvevi i problemi”,[23] appare pienamente verificata ancora una volta. Peccato però per “gli effetti collaterali”: tra cui le tonnellate di eroina ed oppiacei che hanno inondato i mercati europei e statunitensi e le decine di migliaia di piccoli risparmiatori asiatici che con la loro fiducia nei confronti di Abedi hanno visto andare in fumo i loro pochi risparmi.[24]

 

La lotta al riciclaggio dopo l’11 settembre, ovvero gli scheletri nell’armadio: il caso Enron

Da tempo ormai i paesi “sviluppati” tentano di creare una sorta di regolamentazione al problema del riciclaggio di fondi attraverso i paradisi fiscali cercando di costuire un sistema di tutele e garanzie internazionali che vincoli gli Stati a più chiare politiche in materia fiscale e di segreto bancario. In particolare in sede OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) si sono reiterati gli incontri ed i contatti per tentare di stipulare norme comuni in materia e cercare di favorire una regolamentazione del fenomeno. Nonostante gli sforzi intrapresi per giungere a posizioni comuni ci si è spinti solo alla redazione di diverse liste dei paradisi fiscali, che si limitano a dare indicazioni in merito alle politiche fiscali applicate nei vari paesi.[25]

 

Proprio in data 11 maggio 2001, un ulteriore tentativo di costruire un sistema comune di norme vincolanti che imponesse sanzioni a quei paesi che continuavano ad offrire un porto franco per la criminalità e le frodi, è naufragato a causa dell’opposizione dei delegati del governo degli Stati Uniti d’America, che hanno difeso la propria posizione sulla base del principio che in un’economia globale dove vige il libero mercato e la competizione, ogni paese ha diritto di scegliere la disciplina fiscale che più ritiene opportuna.[26] D’altro canto, appare ovvio che questi paesi si rivelano utili praticamente a tutti e facendo un passo indietro nel tempo non può non tornare alla mente come lo stesso Hitler nel suo delirio di conquista abbia accuratamente evitato di occupare la Svizzera (paese con una minoranza di lingua tedesca consistente; era bastato molto meno per l’invasione della Polonia).[27]

 

Ma gli eventi si susseguono, le priorità dell’agenda politica cambiano in un divenire di eventi spesso difficilmente prevedibile ed esattamente 4 mesi dopo l’ennesimo rifiuto statunitense di dare un giro di vite al far west della finanza internazionale, l’11 settembre 2001 le priorità del governo statunitense cambiano improvvisamente. La sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo internazionale su larga scala diventano gli obiettivi principali da perseguire con ogni mezzo necessario. L’immensa macchina governativa si mette all’opera per innescare una lotta su più fronti, soprattutto su quello militare ed economico. Il prodotto legislativo di questo sforzo prende il nome di Patriot Act, un testo speciale di immediata applicazione approvato definitivamente in data 24 ottobre 2001. Il Patriot Act prende in considerazione molteplici aspetti della lotta al terrorismo internazionale, restringendo tra le altre cose in maniera sensibile il diritto alla privacy dei cittadini statunitensi e non solo, ma soprattutto prevedendo un’apposita sezione che si occupa della lotta al riciclaggio per colpire i santuari economici delle reti terroristiche. Si può anzi sostenere che le nuove misure antiriciclaggio introdotte con questa legge, ne rappresentino il cuore vero e proprio facendo del Titolo III del Patriot Act, il più lungo ed articolato dell’intero documento.[28]

 

Esso titola: “International Money Laundering Abatment and Anti-terrorist Financing Act of 2001”; prende in considerazione praticamente tutti gli aspetti correlati con il riciclaggio di denaro ed amplia sensibilmente le competenze ed i poteri esecutivi in materia. Per quanto riguarda la regolamentazione, la legge espande l’autorità del Segretario del Tesoro USA nella regolamentazione delle attività delle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti ed in particolare la loro relazione con individui ed entità stranieri. Il Segretario del Tesoro dovrà inoltre promulgare regolamenti a riguardo dei criteri che gli operatori di borsa (brokers) dovranno applicare per segnalare transazioni sospette e dovrà imporre misure speciali per combattere il riciclaggio di denaro all’estero. Viene introdotto il divieto per le finanziarie statunitensi di mantenere conti coperti per banche estere; le istituzioni finanziarie vengono obbligate ad adottare delle pratiche minime di identificazione dei nuovi clienti con la raccomandazione di verificare la veridicità delle loro dichiarazioni. Inoltre le istituzioni finanziarie e le forze dell’ordine sono incoraggiate a scambiarsi informazioni riguardanti attività sospette che potrebbero implicare azioni terroristiche o di riciclaggio di denaro. Infine si richiede esplicitamente alle istituzioni finanziare di applicare programmi antiriciclaggio con almeno un ufficiale addetto e di sottoporre il personale a dei training in materia, consolidando lo sviluppo di politiche, procedure e controlli interni atti a scoraggiare le operazioni di riciclaggio di denaro.

 

Il Patriot Act, inoltre, contiene una serie di nuove fattispecie giuridiche che definiscono nuovi crimini di riciclaggio e nuove pene, oltre ad inasprire quelle dei crimini già regolati con leggi precedenti. Il Patriot Act mette fuorilegge negli Stati Uniti qualsiasi azione di riciclaggio i cui proventi derivino da atti criminali (corruzione o violenza) compiuti all’estero; proibisce il cyberlaundering ed il finanziamento di qualsiasi attività terroristica; aumenta le pene previste per la contraffazione; introduce l’autorità esplicita di perseguire all’estero le frodi provocate con carte di credito statunitensi. Infine viene introdotta una nuova regolamentazione a riguardo delle procedure di sequestro e di confisca.[29]

 

Questa legge insomma, rende più rigidi i controlli sulle transazioni finanziarie ed inasprisce le pene per chi venga ritenuto colpevole di frode o di operazioni di riciclaggio. Il nome stesso del Titolo III, “International Money Laundering Abatment and Anti-terrorist Financing Act of 2001”, rende evidente che gli sforzi del governo statunitense non saranno certo circoscritti al territorio nazionale USA, tanto è vero che si sostiene di voler abbattere il riciclaggio di denaro internazionale (“International Money Laundering Abatment […] Act of 2001”); ovviamente il Patriot Act da solo non è sufficiente nella strategia antiterrorismo messa in campo dal governo statunitense. Contemporaneamente con i processi di rafforzamento dei controlli interni e con la promulgazione di nuove leggi, il governo USA si è mosso anche sul piano internazionale dando vita a quella che ha preso il nome di “coalizione antiterrorismo” comprendente al suo interno il più grande numero di paesi che mai abbia composto una coalizione nella storia del pianeta (“Più di 40 paesi in Medio Oriente, Africa, Europa e in Asia hanno dato la disponibilità dello spazio aereo e di terra. Molti di più hanno collaborato con informazioni di intelligence. Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo.”).

 

Non tutti i paesi hanno collaborato alle operazioni militari, alcuni si sono limitati a fornire un supporto con i propri servizi di intelligence, altri hanno solo concesso i permessi di sorvolare i propri spazi aerei, altri ancora hanno fornito una collaborazione di carattere investigativo in merito al riciclaggio dei fondi da parte della rete terroristica di al-Qaeda. Quest’ultimo è stato il caso delle isole Cayman, noto paradiso fiscale che ha negoziato l’apertura dei propri conti cifrati direttamente con il Segretario del Tesoro USA, Paul O’Neill.[30] Le autorità statunitensi hanno iniziato ad investigare ed oltre a bloccare conti di Osama Bin Laden e delle sua organizzazione al-Qaeda, hanno trovato anche 600 filiali offshore riconducibili alla compagnia transnazionale Enron, il primo colosso energetico degli Stati Uniti d’America.[31]

 

Pochi mesi prima dell’attentato terroristico alle Twin Towers, il 25 gennaio 2001, i vertici della Enron decidono di alzare le previsioni di utile per il titolo quotato in borsa che in quella data raggiunge una quotazione di 81,39 dollari USA alla borsa di Wall Street.[32] La Enron è ancora considerata un modello imprenditoriale sia negli Stati Uniti che all’estero per le sue capacità di crescita vertiginosa al punto che il suo amministratore delegato Kenneth Lay, verrà chiamato a far parte della Task Force “indipendente” promossa dal ‘Baker Insitute’ per portare a termine uno studio riguardante la questione energetica globale con particolare riguardo agli interessi degli Stati Uniti d’America. Lo studio prende il titolo di “The 21st Century” (il ventunesimo secolo) e viene indicato come il “Report of an Independent Task Force sponsored by the James A. Baker III Insitute for Public Policy of Rice University and Council on Foreign Relations” (rapporto di un gruppo di lavoro indipendente sponsorizzato dall’Istituto James A. Baker III per le politiche pubbliche dell’Università di Rice e dal Consiglio delle Relazioni con l’Estero).[33] Il rapporto era datato 15 aprile 2001 e già da allora si sottolineava l’importanza della questione energetica per le scelte di politica estera ed interna degli Stati Uniti, evidenziando come i problemi legati all’energia iniziavano ed essere pressanti sull’economia del paese e sulla sua stabilità economica e finanziaria. Il rapporto delineava una condizione molto poco “rosea” mettendo all’erta il governo statunitense precisando che anche l’ultima superpotenza mondiale si sarebbe trovata di lì a breve a dover affrontare problemi riguardanti la produzione energetica e l’approviggionamento delle fonti.[34]

 

Certamente è da chiedersi quanto un’analisi di tal tipo fosse strumentale agli interessi di coloro che hanno redatto il rapporto: è interessante notare infatti come lo stesso Kenneth Lay continuasse a detenere un ruolo di fondamentale importanza nella Enron, ma si fosse dimesso dalla carica di amministratore delegato proprio nel febbraio 2001.[35] Insomma, per rimanere circoscritti al caso Enron, probabilmente i dirigenti della compagnia erano ben consci della bufera che di lì a poco si sarebbe sollevata nei loro confronti e può darsi che, data la grande influenza esercitata dalla Enron su gran parte del panorama politico statunitense (la Enron è stata tra i principali finanziatori del Presidente Bush, non dimenticando ovviamente di fornire lauti finanziamenti anche allo schieramento avverso)[36], abbiano potuto indirizzare le conclusioni del rapporto secondo le proprie necessità.

 

Un altro segnale importante dell’avvicinarsi del ciclone che avrebbe travolto il colosso energetico si ebbe il 14 agosto 2001, quando Jeffrey Skilling, successore di Kenneth Lay al ruolo di amministratore delegato, abbandonò la compagnia adducendo solamente motivi “puramente personali” e lasciando gli analisti stupefatti. Può darsi insomma che la crisi energetica statunitense non fosse altro che una bolla di sapone e che fosse in realtà solo la ricerca di copertura della crisi, quella sì reale, della Enron (e probabilmente di altre compagnie, oltre che di gran parte dell’entourage politico che è risultato essere invischiato con il caso Enron)[37], prodotta da un intreccio di interessi personali, politici, gestione opaca, truffa e alterazione di bilanci. Una crisi di un intero sistema di intendere il mercato e la politica che ha creato una condizione di conflitto d’interessi costante dove esponenti politici sono azionisti di grandi compagnie e dove si assiste ad una “manifestazione di degenerazione patologica nel funzionamento dei mercati e dei presidi posti a tutela degli investitori da cui traspare una manifesta […] inadeguatezza delle regole e in cui concorrono comportamenti fraudolenti, colpe gravi degli amministratori, compiacenza dei controllori”.[38]

 

E’ difficile dire se la Enron sarebbe naufragata se non si fossero verificati i fatti dell’11 settembre 2001 con tutte le conseguenze che si sono successivamente portati dietro; comunque lo stato di salute della compagnia cominciava già a dare segni di malessere dato che dal gennaio all’agosto 2001 le azioni in borsa avevano già visto quasi dimezzata la loro quotazione (dagli 81,39 dollari USA del 25 gennaio 2001 ai 42,93 dollari USA del 14 agosto 2001). Se la crisi energetica statunitense fosse una realtà o non fosse altro che un capro espiatorio per tentare di coprire ancora le operazioni fraudolente in cui era invischiata la più grande compagnia produttrice di energia USA poco importa. Il dato reale che emerge dall’osservazione della crisi della Enron, è che essa si è protratta per lungo tempo all’oscuro di molti investitori e degli stessi impiegati che hanno visto i loro fondi pensione andare in fumo assieme al proprio lavoro.[39]

 

La copertura dei misfatti finanziari della Enron è stata affidata alla società di consulenza Arthur Andersen.[40] Società come la Andersen, dovrebbero occuparsi di consigliare gli investitori svolgendo il ruolo di intermediari finanziari per orientare gli investimenti dei privati verso quei settori del mercato che si rivelano più remunerativi. In una frase queste imprese dovrebbero lavorare a favore degli investitori e non delle compagnie verso le quali gli investimenti vengono indirizzati. In molti casi si assiste ad una compenetrazione di ruoli e competenze, che hanno fatto sì che molti gridassero al conflitto di interessi, una volta scoperti i legami economici che vincolavano la Andersen alla Enron. Insomma, la Andersen non ha lavorato per gli investitori, ma per gli interessi della dirigenza della Enron.[41]

 

La prima dichiarazione ufficiale delle perdite dell’impresa risale al 16 ottobre 2001, poco più di un mese dall’attentato alle Twin Towers, il titolo è sceso a 33,84 dollari USA ed i vertici dell’azienda ammettono che l’impresa è in perdita nel primo trimestre del 2001. Viene da pensare che questa dichiarazione sia stata resa solo perché si credeva ancora di poter coprire le condizioni critiche dell’impresa attribuendole allo shock economico provocato dai fatti dell’11 settembre, ma ormai il titolo era in discesa libera e difficilmente si sarebbero potute coprire oltre le operazioni illecite che avevano portato al fallimento del colosso. Solo dopo pochi giorni, il 22 ottobre 2001 i vertici della Enron si trovano costretti a rendere noto che l’autorità di borsa USA (SEC) aveva chiesto informazioni su partnership economiche dell’impresa non contenute nel bilancio. Il 29 ottobre il valore della azioni è già sceso a 13,81 dollari USA, vengono nominati nuovi amministratori del piano aziendale di previdenza integrativa ed intanto i piani pensionistici di tutti i dipendenti vengono congelati.

 

In data 8 novembre 2001, in una nuova dichiarazione dei vertici, la Enron ammette la “rimodulazione” dei bilanci tra il 1997 ed il 2000 e di aver perso in realtà 600 milioni di dollari. Il titolo in borsa è sceso a 8,41 dollari USA. I piani pensionistici verranno sbloccati di lì a poco, il 12 novembre 2001, il titolo risale lievemente e raggiunge la quotazione di 9,24 dollari USA. L’operazione non è sufficiente a ridare fiducia agli investitori ed il titolo continua a scendere fino a raggiungere il valore di 40 centesimi di dollaro USA in data 2 dicembre 2001: la Enron è tecnicamente fallita e chiede la protezione del fallimento in base alle leggi statunitensi. Il 15 gennaio 2002 la borsa di New York sospende il titolo e ne presenta istanza formale di cancellazione dal listino.

 

La parabola della Enron si conclude quindi con il più grosso crack nella storia del mercato statunitense non senza lasciare dietro di sé lati oscuri e questioni non ancora risolte. Rimangono ancora aperte le questioni dei rapporti tra la compagnia e gran parte dell’establishment politico statunitense, dal Presidente al suo vice ad esponenti del partito democratico. Le vicende della Enron hanno fatto registrare una serie di atti degni di nota, indice di quanto le attività illecite della compagnia fossero ramificate, come ad esempio il fatto che l’intero staff dell’ufficio del procuratore di Houston in Texas (città dove è ubicata la sede centrale della Enron) si sia ricusato in massa da solo (circa 100 persone tra avvocati e procuratori)[42]. Ancora più grave il presunto suicidio dell’ex vicepresidente della compagnia, John Clifford Baxter, che è stato trovato morto seduto al sedile di guida della sua auto parcheggiata in una strada secondaria alla periferia di Houston la mattina del 25 gennaio 2002: accanto a lui sul sedile del passeggero un biglietto di cui la polizia non ha reso pubblico il contenuto. Baxter si era dimesso l’anno precedente in disaccordo con i dirigenti della società per il modo con cui conducevano gli affari. L’ex dirigente rientrava nella lista degli inquisiti per insider trading ed il Congresso aveva espresso la volontà di interrogarlo.

 

Soprattutto il nome di Baxter figurava su di un documento scottante sopravvissuto alla distruzione operata dai dirigenti della Andersen: una lettera inviata nell’agosto 2001 da un dirigente della società Sherron Watkins a Kenneth Lay (l’allora dirigente della compagnia) dove si affermava che l’impresa rischiava una possibile “implosione” se fossero trapelate le “transazioni improprie” servite a coprire i buchi nei bilanci della Enron. Baxter veniva indicato come uno dei dirigenti che avevano sollevato delle obiezioni. Lo stesso giorno del suicidio di Baxter, il presidente del Congresso David Walker, ha dichiarato che avrebbe potuto citare la Casa Bianca per essersi rifiutata di fornire informazioni e dettagli sull’attività del vicepresidente USA Dick Cheney nella fase di stesura del piano energertico per il paese. Oltre a tutto questo, risulta che 212 membri dei 248 delle commissioni del Congresso impegnate nelle indagini sul caso Enron, hanno ricevuto finanziamenti elettorali direttamente dalla compagnia o dalla Arthur Andersen.[43]

 

Difficile districarsi in questo magma e difficile immaginare quanto ancora la situazione della Enron avrebbe potuto reggere se non si fossero verificati gli eventi dell’11 settembre 2001, l’approvazione del Patriot Act e le indagini antiterrorismo e antiriciclaggio. La Enron ha potuto continuare ad operare per anni nella più totale impunità, sottraendo fondi dei propri impiegati e truffando il fisco a vantaggio dei propri dirigenti, garantendosi coperture finanziando ampiamente entrambi gli schieramenti politici statunitensi. Poche voci in passato si erano alzate negli USA per condannare le pratiche di lobbying selvaggio che sono ormai parte integrante del sistema di finanziamento dei partiti politici nel sistema statunitense. La più autorevole è certamente quella di Ralph Nader, candidato alle ultime elezioni presidenziali con il partito Verde statunitense, da sempre critico nei confronti del sistema politico ed economico del proprio paese. “Non mi piace dire ve lo avevo detto, ma, ve lo avevo detto!” ha dichiarato Nader dopo essere comparso nuovamente alla ribalta degli obiettivi e delle televisioni statunitensi dopo il crack Enron. E continua: “Enron è il supermercato della criminalità delle corporations. Ha ridicolizzato il mondo dell’industria. Ha messo in dubbio le modalità di amministrazione. Ha deluso gli azionisti. Le banche tremano. Le lobbies hanno paura. I membri del governo mischiano le carte per non rivelare cosa li ha spinti a incassare assegni che firmava il capo, Kenneth Lay. Potrei parlare di questa faccenda fino al 2004!”.[44]

 

Il terremoto della Enron ha dimostrato come questa compagnia non fosse che un gigante dai piedi d’argilla, costruito su pratiche opache e criminali che hanno incoraggiato la truffa e la corruzione. Forse la grande bolla di sapone creata con bilanci falsi e gonfiati non sarebbe mai esplosa se gli Stati Uniti non si fossero risvegliati una mattina dal sogno americano per piombare nell’incubo del terrorismo. Le priorità dell’agenda politica sono immediatamente cambiate e la sicurezza è divenuta la base della costruzione di qualsiasi azione e piano futuro. I governanti statunitensi e più ancora le forze militari, di pubblica sicurezza e di intelligence, hanno presto compreso che il terrorismo si rafforza e si arricchisce nell’ombra e si sono da subito impegnate per colpire i nodi finanziari ed economici che gli hanno permesso di divenire tanto potente. Per usare un’espressione figurata, una volta sollevato il coperchio della pentola, ciò che ne è venuto fuori era difficile da immaginare per chiunque (escludendo chi beneficiava di questo stato di cose) e l’esempio delle isole Cayman da questo punto di vista è illuminante. I governanti statunitensi si sono opposti a regolamentare il segreto bancario ed il regime fiscale internazionale, fino che non si sono trovati costretti a farlo. Con i conti di Osama Bin Laden, sono stati trovati anche quelli della Enron. La trasparenza si è resa ancora una volta protagonista del processo di smantellamento di un colosso, così come per il regime dell’Unione Sovietica e per il crollo della BCCI.

 

La glasnost diviene forza disgregatrice all’interno del processo di costituzione dell’ordine dell’“Impero”.



[1] Si veda a riguarda E. J. Hobsbawn, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997, pag. 554-579.

[2] A riguardo sono estremamente interessanti le considerazioni fatte da un magistrato francese in un saggio uscito di recente: J. De Maillarde, Il mercato fa la sua legge, Milano, Feltrinelli, 2002, pag. 7-27.

[3] Si veda ad esempio l’ultimo saggio di forte critica nei confronti del Fondo Monetario Internazionale di J. F. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Milano, Einaudi, 2002, pag. 199-218.

[4] Si veda J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 181.

[5] Pur non essendo stato della stessa gravità è doveroso ricordare lo scandalo della giapponese Daiwa Bank che nel 1995 ha provocato una truffa da almeno un miliardo di dollari USA. In J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 182.

[6] J. Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993, pag. 25.

[7] Sia l’espressione “banca nella banca” (bank in the bank) che i “funzionari addetti al protocollo” (protocol-officers), che infine le “unità nere” (black network), sono termini coniati e utilizzati dal Senatore degli Stati Uniti d’America John F. Kerry in The BCCI Affair. A Report to the Senate Committee on Foreign Relations from Senator John Kerry, Chairman, and from Senator Hank Brown, Ranking Member, Subcommittee on Terrorism, Narcotics, and International Operations, at the Conclusion of an Investigation of Matters Pertaining to the Bank of Credit and Commerce International, 102nd Congress, Second Session, September 30, 1992, pag. 16-35 reperibile sul sito del congresso degli Stati Uniti d’America, www.congress.gov.

[8] J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 196.

[9] N. Kochan, B. Whittington, Bankrupt: the BCCI Fraud, Londra, Victor Gollanez, 1991, pag. 74.

[10] J. Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993, pag. 52.

[11] Per approfondimenti in merito si veda P. Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story of the World’s most Corrupt Financial Empire, Londra, Bloomsbury, 1992, pagg. 35-57.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] J. Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993, pag. 61.

[15] J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 191.

[16] A. Bausani, L’Islam, Milano, Garzanti, 1999, pag. 48.

[17] Si veda a riguardo J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l’estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 184-190 e P. Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story of the World’s most Corrupt Financial Empire, Londra, Bloomsbury, 1992, pag. 74.

[18] Si veda a riguardo J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l’estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pagg. 184-190.

[19] P. Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story of the World’s most Corrupt Financial Empire, Londra, Bloomsbury 1992, pag. 75

[20] Vedi J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pagg. 217-218.

[21] Ibidem.

[22] Si può affermare senza dubbio che la figura di Clark Clifford sia stata centrale e di eccezionale importanza per la politica mondiale durante gli anni della guerra fredda. Per maggiori informazioni sull’operato ed i ruoli ricoperti da Clifford si veda: E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Milano, Laterza, 2000, pag. 450 e seguenti.

[23] In J. M. Collins, Green Berets, Seals and Spetznaz, US and Soviet Special Military Operations, Pergamon-Brasseys, Washington DC, 1987, pag. 28.

[24] Si rivelano particolarmente illuminanti per la comprensione di quanto emerso sulla BCCI, sulla sua organizzazione, sui suoi legami con esponenti dei circuiti politico ed economico ed infine sulle sue operazioni e modalità di azioni 4 documenti della Library of Congress di Washington: 1) The BCCI Affair. Hearings before the Subcommittee on Foreign Relations. US Senate, 102nd Congress, First and Second Sessions; parte I: August 1, 2, 8, 1991; parte II: October 18, 22, 1991; parte III: October 23, 24, 25, November 21 1991;  parte IV: February 19, March 18, 1992;  parte V: May 14, 1992; parte VI: July 30, 1992; 2) The BCCI Affair. A Report to the Senate Committee on Foreign Relations from Senator John Kerry, Chairman, and from Senator Hank Brown, Ranking Member, Subcommittee on Terrorism, Narcotics, and International Operations, at the Conclusion of an Investigation of Matters Pertaining to the Bank of Credit and Commerce International, 102nd Congress, Second Session, September 30, 1992; 3) Bank of Credit and Commerce International (BCCI) Investigation. Hearings before the Committee on Banking, Finance and Urban Affairs, U.S. House of Representatives, 102nd Congress, First Session; parte I: September 11, 1991; parte II: September 13, 1991; parte III: September 27, 199; 4) The Bank of Credit and Commerce International and S. 1019. Hearing beforenthe Subcommittee on Consumer and Regulatory Affairs of the Committee on Banking, Housing, and Urban Affairs, US Senate, 102nd Congress, First Session, May 23, 1991; tutta la documentazione è disponibile sul sito del Congresso degli Stati Uniti d’America, www.congress.gov.

[25] Si veda il sito dell’OCSE, www.ocse.org.

[26] Si veda Il Manifesto, 12 maggio 2001, pag. 8 ed il sito ufficiale dell’OCSE www.ocse.org.

[27] Sui particolari delle scelte di politica estera hitleriana e sulle vicende della seconda guerra mondiale, si veda E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Milano, Laterza, 2000, pag 340 e seguenti.

[28] Il Patriot Act è disponibile online su numerosi siti, si consiglia in particolare www.house.gov; www.congress.gov.

[29] Si veda Patriot Act, Titol III: “International Money Laundering Abatment and Anti-terrorist Financing Act of 2001” disponibile sui siti www.house.gov, www.congress.gov.

[30] Si veda a riguardo ARES, Paradisi fiscali: uno scippo planetario, Trieste, Asterios 2002, pag. 7.

[31] Ibidem.

[32] Si veda il grafico presente in appendice tratto dal sito italiano della CNN, www.cnn.it, pag. XIII.

[33] Sull’importanza politica ed economica di questo rapporto, sul ruolo del Baker Institute e sulla composizione del Council on Foreign Relations che raccoglie membri del calibro del vicepresidente Cheney, Henry Kissinger ed altri, al sito ufficiale del Baker Institute, www.bakerinstitute.org.

[34] Si veda The 21st Century. Report of an Independent Task Force sponsored by the James A. Baker III Insitute for Public Policy of Rice University and Council on Foreign Relations, pag. 7 e seguenti, disponibile sul sito ufficiale del Baker Institute, www.bakerinstitute.org.

[35] Secondo quanto riportato indicando le cariche di Lay come membro della Task Force in The 21st Century. Report of an Independent Task Force sponsored by the James A. Baker III Insitute for Public Policy of Rice University and Council on Foreign Relations, pag. 48, disponibile sul sito ufficiale del Baker Insitute, www.bakerinstitute.org.

[36] Si veda a riguardo V. Zucconi , “Una nuova macchina degli scandali, mossa da finanziamenti elettorali, complicità politiche e summit alla Casa Bianca. Lo sporco affare della Enron: incubo Watergate per Bush. La bancarotta dell’azienda minaccia la politica USA”, La Repubblica, 16 gennaio 2002, pag. 3.

[37] Si veda a riguardo V. Zucconi “Una nuova macchina degli scandali, mossa da finanziamenti elettorali, complicità politiche e summit alla Casa Bianca. Lo sporco affare della Enron: incubo Watergate per Bush. La bancarotta dell’azienda minaccia la politica USA”, la Repubblica, 16 gennaio 2002, pag. 3; V. Zucconi, “John Clifford Baxter si è sparato un colpo alla testa. Il Congresso voleva interrogarlo nei prossimi giorni. Caso Enron: si uccide l’ex vicepresidente. Il presidente della commissione che indaga sul tracollo potrebbe citare la Casa Bianca”, la Repubblica 25 gennaio 2002, pag. 7.

[38] Intervento del Presidente della Consob Luigi Spaventa dinanzi alla VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati in data 14 febbraio 2002, reperibile sul sito www.consob.it, 14 luglio 2002, pag. 2.

[39] Il sistema previdenziale statunitense è quasi completamente affidato al mercato privato e molto spesso i fondi pensione vengono investiti in compagnie i cui titoli sono quotati ed oscillano sul mercato finanziario. Nel caso Enron i fondi pensione dei lavoratori erano stati reinvestiti nei titoli della compagnia e se ne sono andati in fumo con il posto di lavoro ed il crack del colosso. Per maggiori informazioni invito a cercare maggiori dettagli sul sito dei sindacati di base italiani COBAS, www.cobas.it. Si veda inoltre: “E’ fallita Enron: la settima azienda USA. Il più colossale crack della storia aziendale mondiale”, Il Sole 24ore,  29 novembre 2001, pag. 2.

[40] “David Duncan, il revisore dei conti della Arthur Andersen responsabile dei rapporti con la Enron ha ammesso di aver distrutto vari documenti sulla contabilità Enron per sviare l’inchiesta aperta proprio per irregolarità di bilancio”, da Il revisore dei conti Enron: sono colpevole. Duncan ammette: documenti distrutti apposta, dal sito italiano della CNN, www.cnn.it, articolo messo in rete in data 10 aprile 2002 ore 1:35.

[41] Si veda a riguardo un interessante saggio di L. Plattner, Analisti finanziari e conflitti di interessi: il caso ENRON, agosto 2002, pag. 5.

[42] F. Piccioni, “Enron, la madre di tutti i conflitti di interesse”, in Il Manifesto, 16 gennaio 2002, pag. 7.

[43] V. Zuconi, “John Clifford Baxter si è sparato un colpo alla testa. Il Congresso voleva interrogarlo nei prossimi giorni. Caso Enron: si uccide l’ex vicepresidente. Il presidente della commissione che indaga sul tracollo potrebbe citare la Casa Bianca”, la Repubblica 25 gennaio 2002, pag. 7.

[44] J. Nichols, Intervista a Ralph Nader, sul sito www.zmag.org, luglio 2002, pag. 2.






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Formato per la citazione:
Dario Ghilarducci, "La BCCI e il crack Enron", terrelibere.org, 05 maggio 2003, http://old.terrelibere.org/doc/la-bcci-e-il-crack-enron
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